foto © David Dolci

IL TOPONIMO

Il nome Calamecca potrebbe discendere dalla divinità etrusca Kalanike; oppure dall’aggettivo greco Kalos, che significa bello, e dal nome etrusco Mexl, che significa popolo, indicando quindi un luogo abitato da un bel popolo; potrebbe altresì derivare dalla famiglia di scalpellini, i Calamech, che arrivarono dalla Jugoslavia per poi raggiungere Carrara, dove divennero famosi scultori del marmo.
Il nome Calamech continuatole sin presso la metà del 1500, e datole dal Ferruccio nella sua lettera alla Signoria di Firenze nel momento di partirsene alla fazione che la perfidia del Malatesta rese fatale a quel prode, a Toscana e all’Italia, lo persuade, Il Vasari loda molto lo scrittore Antonio da Calamech; la guida di Messina encomia gli artefici di Calamech i quali operarono in quella Città“.
(p. 130, Pietro Contrucci. Memorie della vita e del tempo mio. Il Risorgimento italiano vissuto da un sacerdote pistoiese, a cura di Giampaolo Perugi, ed. Gli Ori, 2019)

 

 


campanile, stemma capovolto della città di Pistoia © David Dolci

LO STEMMA, CAPOVOLTO, DELLA CITTÀ DI PISTOIA 

Sulla parete del campanile che guarda a nord è murato lo stemma della città di Pistoia, ma capovolto. I calamecchini hanno, infatti, sempre mal digerito l’ingerenza dell’autorità pistoiese nei loro affari ed è così, a spregio, che ne hanno murato lo stemma a testa in giù. Lo potete vedere, anche a occhio nudo, da via dell’Aia. 

 

 

 


CALAMECCA, RASA AL SUOLO

Che i Calamecchi abbiano un carattere fiero e testardo lo testimonia la storia. Eccovi qui un passaggio del Repetti:

Calamecca aveva un forte castello stato rasato dai Pistojesi, circa l’anno 1182, per avere quegli abitanti lungo tempo resistito e negato di arrendersi ai Reggitori di quella Repubblica, siccome questi giurare dovettero di abbatterlo a tenore della rubrica 135 dell’antico Statuto di Pistoja. (ZACCARIA, Anecd. Pistor .)

Alla pieve di Calamecca per la stessa ragione furono tolti gli onori di chiesa plebana, sino a che le fu restituito il fonte battesimale, senza però alcun altro popolo ad essa soggetto. L’attuale pieve di Calamecca è grande, ha tre corpi con colonne di pietre, e di architettura gotico-italiana.

(E. Repetti, Dizionario Geografico, Fisico e Storico della Toscana, vol. I, Firenze 1833, p. 383)

Dell’antico castello è rimasta la porta settentrionale, nella Piazza F. Ferrucci.


LA PESCIA

La Pescia ha principio alla Feminamorta trascorre a ponente per scoscese selve, ingrossata da vari torrenti, e sotto Calamecca ov’io incominciai la travagliosa carriera della vita, prende forma di fiume discendendo per mezzo della valle di Forfora che le fa tributo degli influenti Folognolo e Lanciolana; quindi ristretta in angusto spazio scende precipitosa alla città del suo nome”.

(Pietro Contrucci, Quadro geografico-statistico del compartimento pistoiese, Pistoia 1839 p. 90)

Da Calamecca si scende nella Pescia percorrendo le vecchie mulattiere che portavano ai Molini.

 

 


IL GIOCO DEL SEMOLINO

La sera della vigilia di Natale di qualche tempo fa… nelle case di Calamecca si giocava al “semolino”. Ogni partecipante nascondeva una monetina in un mucchio di semola, che veniva suddiviso in tanti monticelli quanti erano i partecipanti. Ciascuno poi razzolava nel suo mucchietto, e se fortunato trovava e si teneva il soldino.

 

 

 

 

 


Anni ’50 – il Bacino

LA CORRENTE ELETTRICA,

i Calamecchini se la sono fatti da soli… Calamecca è stato il primo paese della zona ad avere la corrente elettrica!

La Società Idroelettrica di Calamecca fu inaugurata nel 1924. Fu un’esplosione di luce. I Calamecchi erano orgogliosi di questo loro lavoro ed ognuno sentiva di aver contribuito, anche se in piccola parte, a rendere migliore la vita del paese”

(Calamecca… chi non ci porta non ci lecca, Franca Gemignani Lupi)

La Società dell’Appennino Centrale, che riforniva di energia elettrica il territorio, per motivi economici si era rifiutata di portare la corrente a Calamecca. Allora i Calamecchi fecero da sé, costituirono una società  per azioni; costruirono alle porte del paese il Bacino, la vasca per raccogliere l’acqua; comprarono i macchinari e si misero al lavoro.
Calamecca fornì luce anche alla Serra e a Crespole, prima di venire assorbita, nel 1928, dalla Società dell’Appennino (divenuta poi Società dell’Alta Lima).

 


LA BELOTE 

(si chiama così in Francia, ma per noi è ‘la belotta’). È un gioco di carte francese, molto popolare in Oltralpe ma molto poco diffuso in Italia, che a Calamecca è stato importato dai nostri emigranti partiti numerosi per la Francia in cerca di lavoro. È una specie di briscola, ma più complessa. In piazza vedrete tavoli di uomini che gridano ‘attu’ (che sarebbe atout in francese, il seme della briscola), ‘belotta’ e ‘rebelotta’! E attorno un pubblico più infervorato dei giocatori a commentare le giocate! Ah, il bar di piazza, l’unico bar di Calamecca, ha l’insegna ReBelotta!

 


VIALE 15 MARTIRI 

Così si chiamava, poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale, la strada che oggi è via della Rossa, quella che venendo dalla Macchia Antonini porta in piazza. I 15 martiri sono i calamecchini – bambini, uomini, donne e anziani – uccisi dai nazifascisti nel settembre 1944. Che avesse inizialmente questo nome è stato scoperto di recente, trovandolo stampato su una vecchia cartolina, e alcuni anziani lo ricordano, ricordano la targa ‘viale 15 martiri’ affissa sul muro all’inizio della strada.

 

 


LA MADONNINA DEL COLLE

Si trova all’inizio di via del Colle in fondo al paese sulla facciata delle case, la si vede dalla strada provinciale.

“Il mio nonno mi diceva sempre: Quando passi vicino alla Madonnina del Colle, di’ una preghiera perché questa è la Madonnina che ha salvato Calamecca dalla peste!..

La peste infuriava e negli altri paesi e città aveva già fatto migliaia di vittime. Pare che a Calamecca ci fossero stati alcuni casi mortali, ma che ad un certo momento da quella casa in giù, la peste si fosse fermata. Allora i Ducci, che abitavano alla Piazzetta, murarono sulla facciata della casa il quadretto della Madonna per ringraziarla di averli risparmiati...

(Calamecca… chi non ci porta non ci lecca, pag. 176 Franca Gemignani Lupi)