il cinquecento, Francesco Ferrucci

Nel XVI secolo la storia di Calamecca si arricchisce, legandosi alle gesta del condottiero fiorentino Francesco Ferrucci, divenuto simbolo della Repubblica Fiorentina e ricordato anche nel nostro Inno Nazionale.
Il 1 agosto del 1530 Ferrucci, chiamato al soccorso di Firenze assediata dalle truppe pontificio-imperiali, da Pisa dove si trovava insieme ai suoi uomini si spostò verso il pistoiese, per poi puntare su Firenze. Ma incalzato dalle truppe papali guidate da Fabrizio Maramaldo risalì la valle della Pescia fino a raggiungere Calamecca, dove pernottò tra il 2 e il 3 di agosto. Qui si sentiva al sicuro, essendo Calamecca una roccaforte dei Cancellieri (avversari dei Panciatichi alleati dei Medici), e quindi amici della Repubblica fiorentina e avversari del Papa. Quella notte il Ferrucci scrisse la sua ultima lettera, la lettera ai Dieci di Balia: “Siamo alli due di agosto e ci troviamo a Calamecca, intendiamo Fabrizio, che marciano alla volta di costà. Domattina, piacendo a Dio, marceremo alla volta di Montale, e ci bisognerà a voler pasciere la gente, sforzare qualche luogo ché non ci troviamo corrispondenza di vettovaglie… ”.
La mattina del 3 agosto l’esercito repubblicano raggiunse Gavinana, dove trovò ad attenderlo il nemico. Ferrucci, ferito, fu catturato e portato al cospetto del comandante Maramaldo, e da questi fu ucciso; ma prima di morire si racconta trovò la forza di rivolgergli la famosa frase “Vile, tu uccidi un uomo morto.
Nella Piazza di Calamecca, intitolata all’eroe fiorentino, sulla parete di destra della porta del castello si trova una lapide a ricordo del passaggio del Ferrucci. L’iscrizione del prof. Ciro Goiorani, poeta e patriota del Risorgimento, accosta la figura del Ferrucci a quella del re di Sparta Leonida che, con un pugno di uomini, si sacrificò per il popolo greco nell’epica battaglia delle Termopili:
Il dì pria che spirasse – sulle pistoiese Termopili – l’anima che fu in lui Leonida – qui sostò Francesco Ferrucci – coi morituri campioni – della repubblica fiorentina – vittima pattuita – d’un bacio pontificio imperiale – emulato in infamia non superato in viltà – dal pugnale di Maramaldo”.